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	<title>Associazione Culturale TOGUNA&#039; &#187; Articoli</title>
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		<title>Marx</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Mar 2012 13:37:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Londra, 14 Marzo 1883   ll 14 marzo, alle due e quarantacinque pomeridiane, ha cessato di pensare la più grande mente dell’epoca nostra. L’avevamo lasciato solo da appena due minuti e al nostro ritorno l’abbiamo trovato tranquillamente addormentato nella sua poltrona, &#8230; <a href="https://www.toguna.it/2012/03/15/marx/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="font-family: 'Times New Roman';">Londra, 14 Marzo 1883</span></h3>
<p style="text-align: justify;">
<em><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;"> </span></em><br />
<em>ll 14 marzo, alle due e quarantacinque pomeridiane, ha cessato di pensare la più grande mente dell’epoca nostra. L’avevamo lasciato solo da appena due minuti e al nostro ritorno l’abbiamo trovato tranquillamente addormentato nella sua poltrona, ma addormentato per sempre.</em><em><br />
</em><em>Non è possibile misurare la gravità della perdita che questa morte rappresenta per il proletariato militante d’Europa e d’America, nonché per la scienza storica. Non si tarderà a sentire il vuoto lasciato dalla scomparsa di questo titano.</em><br />
<em><br />
</em><em>Così come Darwin ha scoperto la legge dello sviluppo della natura organica, Marx ha scoperto la legge dello sviluppo della storia umana cioè il fatto elementare, sinora nascosto sotto l’orpello ideologico, che gli uomini devono innanzi tutto mangiare, bere, avere un tetto e vestirsi, prima di occuparsi di politica, di scienza, d’arte, di religione, ecc.; e che, per conseguenza, la produzione dei mezzi materiali immediati di esistenza e, con essa, il grado di sviluppo economico di un popolo e di un’epoca in ogni momento determinato costituiscono la base dalla quale si sviluppano le istituzioni statali, le concezioni giuridiche, l’arte e anche le idee religiose degli uomini, e partendo dalla quale esse devono venir spiegate, e non inversamente, come si era fatto finora.</em><br />
<em><br />
</em><em>Ma non è tutto. Marx ha anche scoperto la legge peculiare dello sviluppo del moderno modo di produzione capitalistico e della società borghese da esso generata. La scoperta del plusvalore ha subitamente gettato un fascio di luce nell’oscurità in cui brancolavano prima, in tutte le loro ricerche, tanto gli economisti classici che i critici socialisti.</em><em></p>
<p></em><br />
<em>Due scoperte simili sarebbero più che sufficienti a riempire una vita. Fortunato chi avesse avuto la sorte di farne anche una sola. Ma in ognuno dei campi in cui ha svolto le sue ricerche — e questi campi furono molti e nessuno fu toccato da lui in modo superficiale — in ognuno di questi campi, compreso quello delle matematiche, egli ha fatto delle scoperte originali.</em><em><br />
</em><em>Tale era lo scienziato. Ma lo scienziato non era neppure la metà di Marx. Per lui la scienza era una forza motrice della storia, una forza rivoluzionaria. Per quanto grande fosse la gioia che gli dava ogni scoperta in una qualunque disciplina teorica, e di cui non si vedeva forse ancora l’applicazione pratica, una gioia ben diversa gli dava ogni innovazione che determinasse un cambiamento rivoluzionario immediato nell’industria e, in generale, nello sviluppo storico. Così egli seguiva in tutti i particolari le scoperte nel campo dell’elettricità e, ancora in questi ultimi tempi, quelle di Marcel Deprez.</em><em></p>
<p></em><br />
<strong><em>Perché Marx era prima di tutto un rivoluzionario.</em></strong><em> Contribuire in un modo o nell’altro all’abbattimento della società capitalistica e delle istituzioni statali che essa ha creato, contribuire all’emancipazione del proletariato moderno al quale egli, per primo, aveva dato la coscienza delle condizioni della propria situazione e dei propri bisogni, la coscienza delle condizioni della propria liberazione : questa era la sua reale vocazione. La lotta era il suo elemento. Ed ha combattuto con una passione, con una tenacia e con un successo come pochi hanno combattuto. La prima “Rheinische Zeitung ” nel 1842, il “Vorwàrts ! ” di Parigi nel 1844, la “Deutsche Brùsseler Zeitung ” nel 1847, la “Neue Rheinische Zeitung ” nel 1848-49, la “New York Tribune ” dal 1852 al 1861 e, inoltre, i numerosi opuscoli di propaganda, il lavoro a Parigi, a Bruxelles, a Londra, il tutto coronato dalla grande Associazione internazionale degli operai, ecco un altro risultato di cui colui che lo ha raggiunto potrebbe esser fiero anche se non avesse fatto nient’altro.</em><br />
<em><br />
</em><em>Marx era perciò l’uomo più odiato e calunniato del suo tempo. I governi, assoluti e repubblicani, lo espulsero, i borghesi, conservatori e democratici radicali, lo coprirono a gara di calunnie. Egli sdegnò tutte queste miserie, non prestò loro nessuna attenzione, e non rispose se non in caso di estrema necessità. E’ morto venerato, amato, rimpianto da milioni di compagni di lavoro rivoluzionari in Europa e in America, dalle miniere siberiane sino alla California. E posso aggiungere, senza timore: poteva avere molti avversari, ma nessun nemico personale.</em><em></p>
<p></em><br />
<em><strong>Il suo nome vivrà nei secoli, e così la sua opera!</strong></em><br />
<em><strong> </strong></em><br />
<em> </em><br />
<span style="font-size: small;"><span style="font-family: 'Times New Roman';">Orazione funebre in morte di Karl Marx di Friedrich Engels.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">*</span></p>
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		<title>Berlusconarie</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jun 2011 19:59:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[FINO A QUANDO? (Jose Saramago – L&#8217;ultimo quaderno – maggio 2009 – Feltrinelli 2010) All&#8217;incirca duemilacinquant&#8217;anni fa, giorno più giorno meno, a quest&#8217;ora o a un&#8217;altra, se ne stava il buon Cicerone proclamando la sua indignazione nel senato romano o &#8230; <a href="https://www.toguna.it/2011/06/21/berlusconarie/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;">FINO A QUANDO?</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">(</span><span style="font-size: medium;"><em>Jose Saramago – L&#8217;ultimo quaderno – maggio 2009 – Feltrinelli 2010)</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">All&#8217;incirca duemilacinquant&#8217;anni fa, giorno più giorno meno, a quest&#8217;ora o a un&#8217;altra, se ne stava il buon Cicerone proclamando la sua indignazione nel senato romano o nel foro: “Fino a quando o Catilina, abuserai della nostra pazienza?” domandò una e più volte al vecchiardo cospiratore che aveva tentato di ucciderlo e impadronirsi di un potere a cui non aveva alcun diritto. La storia è così prodiga, così generosa che non solo ci dà eccellenti lezioni sull&#8217;attualità di certi accadimenti del passato, ma pure ci trasmette, per regolarci, delle parole, delle frasi che, per un motivo o per l&#8217;altro, avrebbero finito per mettere radici nella memoria dei popoli. La frase che ho citato sopra, fresca, vibrante, come se fosse stata appena pronunciata in questo istante, è senza dubbio una di queste. Cicerone fu un grande oratore, un tribuno dalle enormi risorse, ma è interessante osservare come, in questo caso, preferì utilizzare termini tra i più comuni, che avrebbero potuto uscire dalla bocca di una madre che rimproverasse il figlio irrequieto. Con l&#8217;enorme differenza che quel figlio di Roma, il famoso Catilina, era un mascalzone della peggior specie, sia come uomo sia come politico. La Storia dell&#8217;Italia sorprende chiunque. E&#8217; una sequenza lunghissima di geni, siano essi pittori, scultori o architetti, musicisti o filosofi, scrittori o poeti, esegeti o artefici, un&#8217;infinità di gente sublime che rappresenta quanto di meglio l&#8217;umanità abbia pensato, immaginato, fatto. I catilina di maggiore o minore spessore non le sono mai mancati, ma nessun paese ne è esente, è una lebbra che colpisce tutti. Il Catilina odierno, in Italia, si chiama Berlusconi. Non ha bisogno di dare l&#8217;assalto al potere perchè è già suo, ha soldi abbastanza per comprare tutti i complici che siano necessari, compresi giudici, deputati e senatori. E&#8217; riuscito nella prodezza di dividere la popolazione dell&#8217;Italia in due: quelli che vorrebbero essere come lui e quelli che già lo sono. Ora ha promosso l&#8217;approvazione di leggi assolutamente discrezionali contro l&#8217;immigrazione illegale, mette pattuglie di cittadini a collaborare con la polizia nella repressione fisica degli immigrati privi di documenti e, massimo dei massimi, vieta che i figli di genitori immigrati siano iscritti all&#8217;anagrafe. Catilina, il Catilina storico, non avrebbe fatto meglio. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"> Ho detto prima che la Storia dell&#8217;Italia sorprende chiunque. Sorprende, per esempio, che nessuna voce italiana (almeno che sia giunta a mia conoscenza) abbia ripreso, con un leggero adattamento, le parole di Cicerone: “Fino a quando, o Berlusconi, abuserai della nostra pazienza?”. Ci si provi, può darsi che dia risultato e che, per un motivo o per l&#8217;altro, l&#8217;Italia torni a sorprenderci.</span></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>IL VOMITO (non permettiamoglielo più) &#8211; referendum 12/13.06.2011</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Jun 2011 20:31:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[LA COSA BERLUSCONI Josè Saramago – Giugno 2009 – In “L&#8217;ultimo Quaderno” &#8211; Feltrinelli 2010 &#160; Non vedo che altro nome gli potrei dare. Una cosa pericolosamente simile a un essere umano, una cosa che tiene feste, organizza orge e &#8230; <a href="https://www.toguna.it/2011/06/11/il-vomito-non-permettiamoglielo-piu-referendum-1213-06-2011/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>LA COSA BERLUSCONI</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Josè Saramago – Giugno 2009 – In “<em>L&#8217;ultimo Quaderno</em>” &#8211; Feltrinelli  2010</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Non vedo che altro nome gli potrei dare. Una cosa pericolosamente simile  a un essere umano, una cosa che tiene feste, organizza orge e comanda un paese chiamato Italia. Questa cosa, questa malattia, questo virus minaccia di essere la causa della morte morale del paese di Verdi se un vomito profondo non riuscirà a sradicarla dalla coscienza degli italiani prima che il veleno finisca per corrodergli le vene e spezzare il cuore di una delle più ricche culture europee. I valori basilari della convivenza umana sono calpestati tutti i giorni dalle zampe vischiose della cosa  Berlusconi che, tra i suoi molteplici talenti, ha un&#8217;abilità funambolesca nell&#8217;abusare delle parole, corrompendone l&#8217;intenzione e il senso, come nel caso del Polo della libertà, che è proprio il nome del partito con cui ha dato l&#8217;assalto al potere. Ho chiamato delinquente questa cosa e non me ne pento. Per motivi di natura semantica e sociale che altri potranno spiegare meglio di me, il termine delinquente possiede in Italia una carica negativa assai più forte che in qualsiasi altra lingua parlata in Europa. E&#8217; stato per tradurre in modo chiaro e contundente ciò che penso della cosa Berlusconi che ho usato il termine nell&#8217;accezione che la lingua di Dante gli conferisce abitualmente, sebbene sia più che dubbioso che Dante lo abbia mai impiegato. Delinquenza, nel mio portoghese, significa, secondo i dizionari e la prassi corrente della comunicazione, “atto di commettere delitti, disobbedire a leggi o a modelli morali”. La definizione si adatta alla cosa Berlusconi senza una piega, senza una ruga, al punto di sembrare una seconda pelle più che l&#8217;abito che si mette addosso. Sono anni che la cosa Berluscaoni continua a commettere delitti di variabile ma sempre dimostrata gravità. Inoltre, non solo disobbedisce alle leggi ma, peggio ancora, le fa fare a salvaguardia dei propri interessi pubblici e privati, di politico, imprenditore e accompagnatore di minori, e quanto agli standard morali, non vale neanche la pena parlarne, non c&#8217;è in Italia e nel mondo nessuno che non sappia che la cosa Berlusconi è ormai caduta da tempo nella più totale abiezione. Questo è il primo ministro italiano, questa è la cosa che il popolo italiano per ben tre volte ha eletto per servirgli da modello, questo è il cammino della rovina verso cui si stanno trascinando i valori che di libertà e dignità impregnarono la musica di Verdi e l&#8217;azione politica di Garibaldi, quelli che fecero dell&#8217;Italia dell&#8217;Ottocento, durante la lotta per l&#8217;unificazione, una guida spirituale dell&#8217;Europa e degli europei. E&#8217; questo che la cosa Berlusconi vuole gettare nel cassonetto dei rifiuti della Storia. E gli italiani, glielo permetteranno?</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>LETTERA A WALTER VELTRONI</title>
		<link>https://www.toguna.it/2010/09/18/lettera-a-walter-veltroni/</link>
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		<pubDate>Sat, 18 Sep 2010 15:50:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Ve le ricordate le letterine che Walter era solito leggere in campagna elettorale? Quelle lettere che con molto pathos i nuovi elettori del neonato PD  pare gli inviassero a profusione? Il giovane precario con la sua vita di stenti La &#8230; <a href="https://www.toguna.it/2010/09/18/lettera-a-walter-veltroni/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ve le ricordate le letterine che Walter era solito leggere in campagna elettorale?</p>
<p>Quelle lettere che con molto pathos i nuovi elettori del neonato PD  pare gli inviassero a profusione?</p>
<ul>
<li>Il giovane precario con la sua vita di stenti</li>
<li>La pensionata vessata dal caro vita</li>
<li>L&#8217;operaio cassaintegrato</li>
<li>Il piccolo imprenditore della piccola impresa italiana a gestione familiare</li>
<li>Il medio imprenditore della media impresa italiana a gestione familiare allargata.</li>
<li>Il padre di famiglia in attesa della casa popolare.</li>
<li>I giovani di pizzo calabro-lucano-campano-siculo in lotta per l&#8217;antimafia</li>
<li>L&#8217;immigrato regolare</li>
<li>Vari ed eventuali</li>
</ul>
<p style="text-align:justify;">Ora, beh, la voglio scrivere anch&#8217;io una lettera a Walter Veltroni, ex segretario del PD, ex sindaco di Roma, ex ministro, ex comunista, ex direttore dell&#8217;Unità.</p>
<p style="text-align:justify;">Caro Walter,</p>
<p style="text-align:justify;">chi ti scrive ti ha votato per le primarie e sostenuto durante le elezioni del 2008. Chi ti scrive ha ascoltato con trasporto e interesse i comizi da te elargiti in occasione della campagna elettorale su e giù per l&#8217;Italia con l&#8217;autobus giallo, ( era giallo?).</p>
<p style="text-align:justify;">Chi ti scrive inoltre, ha apprezzato molto l&#8217;impegno e l&#8217;interesse dimostrato per il cinema e la rinascita culturale della capitale. Bellissimo l&#8217;Auditorium- parco della musica. Fighissimo il festival del cinema di Roma. E quello di Massenzio e l&#8217;estate Romana e l&#8217;istituzione della notte bianca e gli asili nido e tutte le altre innumerevoli robe che andavi inaugurando di giorno in giorno nell&#8217;arco del tuo lungo e proficuo mandato come sindaco di Roma.</p>
<p style="text-align:justify;">Per questo e altro ancora ( perchè sembravi uno apposto, un volenteroso nerd, un secchione, con quella faccia da topo Gigio, un amicone, uno rassicurante, uno che la cultura prima di tutto, uno che sa sempre tutto, che non casca mai impreparato e che: e il cinema e lo sport e la letteratura e il giornalismo e l&#8217;Africa, uno che i libri li legge veramente e li scrive pure.. e bli e bla e insomma&#8230;), per questo, caro Walter, chi ti scrive ti ha sempre difeso. Sempre. Anche quando è sembrato impossibile. Anche quando è sembrato che ti ci fossi messo d&#8217;impegno ad affossarci tutti in questa melma che è come sabbie mobili, che ci invischia tutti fino alle ginocchia, che non si capisce più niente,  che ci pisciano in faccia, che tagliano sulla scuola e con la ricerca e l&#8217;università ci giocano a risico. E gli insegnati a piangere miseria, licenziati in massa, e tutto il personale della scuola, decimato. Ma nonostante questo, anche quando tutti dicevano che in un colpo solo hai:</p>
<ul>
<li>accoltellato Prodi</li>
</ul>
<ul>
<li>consegnato Roma ai fascisti</li>
<li>messo l&#8217;Italia in mano a Berlusconi ( per l&#8217;ennesima volta)</li>
<li>distrutto rifondazione comunista</li>
</ul>
<p>Anche quando tutti ti accusavano del disastro italiano, chi ti scrive ha provato a difenderti.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma adesso, caro Walter, adesso, proprio ora, in questo preciso momento storico, chi ti scrive, dal profondo dell&#8217;animo, con il cuore in mano, ti domanda:</p>
<p style="text-align:justify;">siamo proprio sicuri che sia ancora il caso di.. che se ne senta davvero il bisogno? è proprio necessario? E&#8217; proprio così impellente?</p>
<p style="text-align:justify;">Ma, Walter mio, gioa mia, ma quel viaggetto in Africa, quel buon proposito da missionario, quell&#8217;idea geniale di andare e dare e donare,</p>
<p style="text-align:justify;">NON SAREBBE ORA?</p>
<p>Io penso, fattelo dire, che sarebbe proprio ora.</p>
<p>Che poi, se prenoti subito, capace pure che un volo low cost lo trovi..</p>
<p>Farfatogunà</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Douce France</title>
		<link>https://www.toguna.it/2010/08/20/douce-france/</link>
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		<pubDate>Fri, 20 Aug 2010 08:50:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[LA VILTA’ DI SARKOZY Marco d’Eramo  E così oggi saranno 700 zingari a pagare il conto per la miliardaria evasione fiscale della donna più ricca di Francia Liliane Bettencourt, erede dell’impero de L’Oréal. Questo scandalo infatti ha indebolito a tal &#8230; <a href="https://www.toguna.it/2010/08/20/douce-france/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><strong>LA VILTA’ DI SARKOZY</strong></p>
<p style="text-align:center;"><strong>Marco d’Eramo</strong></p>
<p style="text-align:justify;"> E così oggi saranno 700 zingari a pagare il conto per la miliardaria evasione fiscale della donna più ricca di Francia Liliane Bettencourt, erede dell’impero de L’Oréal. Questo scandalo infatti ha indebolito a tal punto il presidente Nicholas Sarkozy da spingerlo a compiere qualunque passo, anche il più inumano, il più demagogico, il più incostituzionale, persino il più inutile, pur d’invertire la caduta libera della sua popolarità nei sondaggi d’opinione, che si era già constatata nelle elezioni regionali di marzo quando aveva preso una bella batosta. E in un periodo di crisi economica – come si vide in Germania negli anni ’30 -, non c’è strategia più popolare che quella di cercare il capro espiatorio e alimentare una bella vampata di xenofobia. Perciò il presidente ha proposto di togliere la cittadinanza a quei cittadini di “origine straniera” che uccidono o feriscono un poliziotto. Perciò ha smantellato 51 accampamenti gitani. Perciò oggi la Francia comincerà a deportare 700 zingari, come se il problema dell’insicurezza venisse da quei 15.000 rom che vivono in Francia ( su circa 60 milioni di residenti). Questa deportazione è illegale, poiché gli zingari sono cittadini europei (nel 2007 Romania e Bulgaria sono entrate nell’Unione europea) cui è garantità libertà di movimento e residenza all’interno dell’Ue. Va contro le sollecitazioni del Consiglio d’Europa che ha esplicitamente invitato i governi membri a non espellere i rom. E’ inumana perché disintegra famiglie e allontana persone che – a volte da generazioni – vivono sul suolo francese, e taluni erano diventati cittadini francesi. Certo, in Europa prendersela con gli zingari è sempre stato lo sport per cui i potenti sono sempre andati matti. In senso letterale: la caccia allo zingaro era praticata a cavallo e con le mute dei cani dagli aristocratici europei nel ‘500, proprio come la caccia alla volpe è popolare tra i gentleman inglesi. Contro i rom, i nazisti praticarono la stessa politica di sterminio che usarono verso gli ebrei. Ma anche nel genocidio i rom furono discriminati e il loro olocausto non è mai stato riconosciuto, né tanto meno risarcito. Non a caso perciò, persino un deputato del partito di Sarkozy ha paragonato la deportazione di oggi alle retate di ebrei francesi durante la seconda guerra mondiale. Sprigiona un rancido retrogusto di viltà questa politica di Sarkozy. Che, per finire, è totalmente inutile e quindi squisitamente demagogica: negli ultimi anni il governo francese ha espulso ogni anno circa 8.000-8.500 rom. Eppure continua a essere stabile il numero degli zingari in Francia, intorno ai 15.000. Vuol dire che con la tenacia a cui sono allenati gli oppressi, i rom cacciati tornano; ricacciati, tornano ancora. Francesi a modo loro, ma incrollabilmente francesi. Una volta la Francia si vantava di essere terra d’asilo. Si vantava degli “immortali” principi del 1789. Ma evidentemente il fatuo consorte di Carla Bruni con questi sacri principi – ci si passi l’espressione – ci si pulisce.</p>
<p style="text-align:justify;">(da Il Manifesto del 19 agosto 2010)</p>
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		<title>Quale Europa frenerà i mercati?</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jun 2010 20:57:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[La decisione unanime fra i governi europei: per contenere gli assalti della finanza saranno necessarie misure rigorose di bilancio e tagli degli stipendi. Una soluzione ideale per portare l’economia sulla strada della deflazione e aggravare i problemi sociali. E se &#8230; <a href="https://www.toguna.it/2010/06/29/quale-europa-frenera-i-mercati/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><em>La decisione unanime fra i governi europei: per contenere gli assalti della finanza saranno necessarie misure rigorose di bilancio e tagli degli stipendi. Una soluzione ideale per portare l’economia sulla strada della deflazione e aggravare i problemi sociali. E se si pensasse a qualcosa di completamente diverso?<br />
</em><br />
<strong>di JAMES K. GALBRAITH<br />
</strong><br />
All’inizio di gennaio, il governo greco ha convocato in tutta fretta un aeropago di esperti in economia. Tra di loro un funzionario del Fondo monetario internazionale (Fmi) ha spiegato la necessità di smantellare il sistema pubblico assistenziale. Un altro consigliere, dell’Organizzazione di cooperazione e di sviluppo economico (Ocse), ha affermato in tono gioviale : “Una decisione che fa inorridire tutti, compresi i vostri sostenitori, può essere solo una buona decisione”.<br />
Il teorema che è alla base di queste idee è ben noto: i mercati ordinano agli stati di stringere la cinta. Chi acquista azioni è l’unico giudice dei piani di austerità consentiti dai governi, è il solo che decide se bisogna dare fiducia alla capacità di uno stato di rimborsare il proprio debito. Se un paese si sottomette a una rigorosa politica di bilancio, i tassi di interesse ridiventano sopportabili – e i rubinetti del credito si apriranno di nuovo.<br />
<span id="more-562"></span>Questa teoria presenta però un grave difetto: le promesse non costano nulla. Anche quando gli stati si faranno in quattro per far piacere ai mercati, ci vorrà del tempo prima che le misure di austerità entrino in vigore e raggiungano i loro obiettivi. Il rifinanziamento di un debito preesistente si basa sull’annuncio di riforme che non hanno ancora avuto luogo, cioè sulla fiducia che i mercati accordano alla buona fede del debitore. Ma in che modo uno stato ritenuto irresponsabile può ispirare questa fiducia? Per quanto la Grecia faccia promesse solenni sulla sua determinazione nello spogliare funzionari e pensionati, il suo debito arriverà a scadenza prima della realizzazione delle sue promesse. Tutto ciò porta a un grave paradosso: più Atene si impegna a ridurre le spese e più i mercati che cerca di compiacere si fanno diffidenti.<br />
Questa situazione ha rovinato l’idea in base alla quale un programma di rigore è sufficiente a sbloccare il mercato del credito a condizioni accettabili per il paese. L’unico mezzo per evitare il fallimento risiede quindi in un’iniezione massiccia di fondi europei ai canali del Mercato. Per il governo greco la questione è diventata: come persuadere l’Unione europea a mettere mano al portafoglio?<br />
Questo problema ha dato alla crisi economica un carattere molto più politico. In altre parole Atene deve continuare i suoi annunci di tagli drastici e di “riforme”, non per rassicurare i mercati ma per soddisfare Angela Merkel. A quanto pare l’elettorato del cancelliere tedesco sarebbe disposto a tollerare il “piano di salvataggio” solo a condizione che il popolo greco sopporti dei sacrifici spettacolari. Nel frattempo il governo di Georges Papandreou ha fatto pubbliche dichiarazioni di fedeltà all’euro e ai suoi creditori, ricordando a Parigi e a Berlino che l’ipotesi di un rifiuto di risanamento della Grecia trascinerebbe nella sua rovina la Spagna e il Portogallo.<br />
Sul piano economico questo scenario lascia perplessi. Le misure di austerità promesse produrranno più disoccupazione e meno entrate fiscali, non ci si deve quindi aspettare una riduzione sensibile del deficit di bilancio. Inoltre tagliare i consumi greci – come raccomandato dal programma del Fondo monetario internazionale (Fmi) – si tradurrà in perdite di posti di lavoro nelle industrie tedesche e francesi che vendono parte delle loro merci in Grecia.<br />
E poiché l’euro impedisce qualunque svalutazione, non si può neppure sperare in un aumento di competitività. Per di più le misure suscettibili di portare una momentanea boccata di ossigeno – cioè i tagli nella funzione pubblica e le riforme fiscali – saranno ancora più difficili da applicare in un clima socialmente difficile e con dei tassi di interesse esorbitanti.<br />
Mentre il conto alla rovescia si avvicina alla fine, i dirigenti europei si dibattono fra i loro regolamenti contorti, un’Unione sempre più di cartapesta, i problemi politici interni e una limitata percezione del problema. Alcuni responsabili ribadiscono con fanatismo l’idea che tagli evidenti nelle spese pubbliche favorirebbero la crescita economica. In realtà la loro analisi porta al disastro. E poiché il cancelliere tedesco sembra aver rifiutato l’opzione di un piano di salvataggio, un’ondata di panico si è abbattuta sulla zona euro: la quotazione dei contratti assicurativi contro il fallimento (credit default swaps o Cds) si è improvvisamente impennata per la Spagna, per il Portogallo e per le loro banche, sintomo della fragilità di un sistema finanziario europeo in cronica mancanza di garanzie di depositi su scala europea. Alla fine la Merkel ha dovuto suo malgrado consentire al piano di salvataggio.<br />
Gli eventi hanno presto portato i protagonisti della tragedia a una seconda rivelazione: la decisione di proteggere la Grecia dal fallimento ha rialimentato le tensioni invece di allentarle. Se per esempio si possiedono dei titoli del debito portoghese e di fronte all’incertezza del loro rendimento si decide di venderli o di comprare un Cds, la conseguenza è un’ulteriore svalutazione del debito, rendendo ancora più difficile per Lisbona ottenere nuovi prestiti. Per i mercati finanziari il mezzo migliore per garantire i pagamenti consisterebbe nel chiudere il mercato delle obbligazioni private e – come ha fatto la Grecia – nel ricattare l’Unione europea. In questo modo un piano di salvataggio sarebbe quasi certo, tanto più che il Portogallo gode di una reputazione di paese meno “irresponsabile” della Grecia. Dopo il Portogallo sarebbe la volta della Spagna.<br />
PARODIA DI AUTORITA’<br />
In altre parole, gli speculatori detengono il potere di imporre un’”europeizzazione” dei debiti mediterranei. Ed è questo potere che abbiamo visto all’opera a metà maggio. Il panico delle capitali europee obbedisce allo stesso meccanismo che ha fatto tremare gli Stati uniti nel settembre 2008: l’eccessiva pressione esercitata dai mercati su dei politici indecisi.  Come qualunque vittima di un ricatto, il presidente francese Nicolas Sarkozy è andato su tutte le furie. A sua volta, in una farsa di autorità politica, il cancelliere Merkel ha annunciato il divieto di vendita allo scoperto “nuda” (tecnica che permette agli speculatori di vendere dei titoli che non possiedono) per le obbligazioni di stato. Ma si tratta di rappresaglie tutt’altro che dissuasive. Del resto che altro potevano fare? La vendita di obbligazioni o di Cds di Grecia, Portogallo o Spagna può essere fatta fuori dall’Europa – ad esempio a New York o alle isole Cayman. Al minimo sentore di una pressione, gli speculatori si riuniscono e lanciano un nuovo attacco.<br />
Per un certo tempo le centinaia di miliardi di euro mobilitati dall’Unione europea hanno calmato la situazione. Ma rapidamente ci si è resi conto che gli stati membri possono trovare il denaro solo prendendolo a prestito gli uni dagli altri, perché è impossibile per loro creare nuove riserve, così come incoraggiare simultaneamente la crescita e assorbire i debiti. Questa funzione può essere fatta solo dalla Banca centrale europea (Bce). All’inizio della crisi il ruolo svolto da quest’ultima è stato poco chiaro. Contro i suoi stessi principi, la Bce ha finito per comprare titoli di stato. In questo modo ha preso il controllo del problema del debito, ma a prezzo di un euro più elastico. Di conseguenza l’euro non si presenta più come una valuta “forte” e si avvia verso un ineluttabile declino. Le febbrili dichiarazioni del presidente della Bce, Jean – Claude Trichet, che non avrebbe “cominciato a sfornare nuove banconote”, ma che si sarebbe limitato a riciclare i depositi a termine, non hanno fatto che aumentare la confusione; con il passare del tempo si è fatto strada il sospetto che i dirigenti dell’Unione fossero disorientati. Con il risultato di provocare un vero e proprio clima di panico.<br />
Questa tempesta è almeno servita a delineare tre pilastri di saggezza finanziaria. Il buon funzionamento del sistema presuppone l’esistenza di uno stato più influente di qualunque mercato; deve agire per assicurare i pagamenti del debito pubblico – sul modello della Federal Reserve americana – altrimenti i mercati hanno la meglio sui poteri pubblici in base al principio “divide et impera”. L’Europa ha fatto ricorso a immensi sforzi per creare un “mercato unico”, ma senza darsi i mezzi per controllarlo e decretando che la Bce non inietterà valuta supplementare nel sistema. In questo modo l’Ue ha creato dei mercati più potenti degli stati e degli stati pieni di debiti che si ritrovano sull’orlo del fallimento. Solo la Bce può rimediare a questa situazione, abbandonando le regole che la ostacolano.<br />
Fino a che punto adotterà la politica di iniezione di liquidità seguita dalla Federal Reserve nell’autunno 2008? Una cosa è certa, anche se la Bce dovesse andare fino in fondo in questo cambiamento e mettere fine alla crisi finanziaria, la crisi economica continuerà ad amplificarsi . Infatti ogni paese “salvato” riceverà solo i capitali necessari per pagare i suoi creditori, in cambio di una riduzione drastica delle sue spese pubbliche. Le banche ne usciranno vincenti, ma non la popolazione. L’uomo dell’Fmi consultato dal governo greco avrà vinto la sua scommessa e l’Europa sprofonderà nella recessione.<br />
A meno che la Bce non cambi posizione, che le forze sociali che hanno costruito lo stato assistenziale si mobilitino per difenderlo, e che l’Unione europea si renda conto delle sue disfunzioni costituzionali, derivanti dall’inesistenza di un dispositivo di stimolazione macroeconomica.<br />
L’Unione avrebbe bisogno di un regime fiscale integrato, di una banca centrale dedicata alla ricchezza economica e di un settore finanziario non più in grado di nuocere. Ma le manca soprattutto un meccanismo di bilancio automatico destinato alla piena occupazione, che limiti la recessione e compensi il calo della domanda nelle sue regioni più povere. Un sistema del genere dovrebbe basarsi sull’azione governativa e su quella dei cittadini.<br />
Da un punto di vista puramente tecnico, esistono mezzi abbastanza semplici per realizzare questo obiettivo. La creazione di un’Unione europea delle casse pensioni potrebbe servire ad esempio per armonizzare il livello delle pensioni fra i paesi membri, in modo che gli ex lavoratori di Portogallo, Grecia o Spagna beneficino delle norme in vigore nei paesi più avanzati. Allo stesso modo si può immaginare un sistema integrato tale da garantire uno stipendio minimo decente a tutti i lavoratori dell’Unione. Una Banca europea di investimento potrebbe finanziare la creazione di università transnazionali e garantire un insegnamento di qualità da nord a sud. Il principio fondamentale è che l’unica risposta appropriata alla disoccupazione di massa e ai deficit di bilancio che ne risultano consiste nell’accrescere le spese pubbliche, non nel diminuirle.<br />
Qualcuno obietterà che uno scenario del genere porterà a tassare i tedeschi per favorire i greci. Ma quest’argomento non ha alcun senso dal punto di vista economico. Si tratta piuttosto di mobilitare le risorse non utilizzate in tutta Europa e di integrarle nel circuito produttivo. Un orientamento del genere non comporterà un costo supplementare per chi dispone già di un posto di lavoro, poiché la fornitura di beni e servizi destinati a tutti si svilupperà in modo rapido. Un sistema fiscale integrato permetterebbe invece di frenare l’evasione fiscale che rovina la Grecia e altri paesi dell’Europa meridionale. Indubbiamente le riforme implicano delle imposte più pesanti, ma queste colpirebbero i ricchi nei paesi poveri e non i poveri nei paesi ricchi.<br />
L’esperienza di questi ultimi mesi suggerisce che la tanto attesa ripresa potrà difficilmente prodursi fino a quando i mercati conserveranno la loro forza d’urto; sottolinea quindi la necessità di disinnescare il settore finanziario per impedirgli di minacciare l’Unione europea. Anche in questo caso il compito non è impossibile e presuppone uno sforzo di regolamentazione, di tassazione e di ristrutturazione dei debiti dei paesi mediterranei. Una regolamentazione offensiva consisterebbe nel vietare a qualunque struttura finanziaria europea di speculare sui debiti sovrani degli stati membri attraverso i Cds, in modo da costringere gli speculatori più accaniti a spostarsi nei paradisi fiscali. Le banche che dovessero andare incontro a un fallimento sarebbero requisite e nazionalizzate. Una tassa europea sui redditi da capitale potrebbe essere applicata sotto il controllo dei governi nazionali. Un discorso simile potrebbe essere fatto anche per la tassa sulle transazioni finanziarie, che non è certo la panacea ma la cui applicazione si è fatta aspettare sin troppo. Di certo, se un controllo dei capitali dovesse di nuovo essere applicato per fermare il contagio finanziario nessuno ne morirà: gli stati non possono permettere di perdere la guerra ingaggiata contro i mercati finanziari, ne dipende la sopravvivenza di un sistema più o meno civilizzato.<br />
INTRANSIGENZA BANCARIA O INTRANSIGENZA SOCIALE<br />
La ristrutturazione dei debiti in sofferenza richiederebbe invece dall’Europa l’instaurazione di una procedura di insolvenza sovrana, paragonabile a quella che si trova nel capitolo IX della legge americana sulle bancarotte municipali – un’idea proposta da molto tempo da Kunibert Raffer, professore di economia all’università di Vienna. Questo dispositivo permetterebbe ai governi di mantenere i servizi essenziali per le loro popolazioni e al tempo stesso liberarsi dalla parte insostenibile dei loro debiti. Le banche verrebbero senza dubbio colpite da un’iniziativa del genere, ma spetta ai poteri pubblici limitare i danni garantendo i depositi bancari e controllare eventuali istituti in difficoltà in seguito ai piani di ristrutturazione. Del resto non bisogna troppo compatire le banche per i rischi nelle quali incorrono: il loro mestiere consiste nel guadagnare denaro, ma talvolta anche nel perderlo.<br />
Riforme del genere porterebbero l’Europa a un super-stato capace di assumere le sue spese pubbliche a un tasso di interesse accettabile e di tenere testa alle agenzie di rating e ai mercati di Cds – in altre parole a uno stato intenzionato a controllare le sue banche piuttosto che a esserne controllato. La decisione spetta solo agli europei.<br />
Si tratta senza dubbio di un cambiamento radicale. Ma si può ancora sperare in un’evoluzione che non lo sia? C’è ancora qualcuno che dubita che l’architettura neoliberista dell’Europa non sua destinata a crollare? L’alternativa è semplice: intransigenza disastrosa di bilanci di rigore o intransigenza costruttiva di piena occupazione. Intransigenza bancaria o intransigenza sociale.<br />
Da giovane in qualità di assistente della commissione bancaria della Camera dei rappresentanti, partecipai nel 1975 alla creazione di un piano di salvataggio per la città di New York, che all’epoca si trovava in una grave crisi economica e finanziaria. Il nostro programma mirava a preservare le università e i trasporti pubblici; raccomandava inoltre di ristrutturare il debito municipale e di non lamentarsi delle perdite che ne sarebbero derivate per i proprietari di obbligazioni newyorchesi. Un giorno ricevetti una telefonata, era Averell Harriman, ex governatore di New York – ed ex ambasciatore di Roosevelt presso Stalin. Mi chiedeva di fare il punto sulla situazione dei nostri lavori.<br />
L’ottantenne Harriman, appena rimessosi da una frattura al collo del femore, mi ricevette in pigiama su un divano della sua villa di Georgetown. Sul muro di destra uno dei Girasoli di Van Gogh, su un tavolino in vetro alla sua sinistra una ballerina di Degas. Davanti a questo museo privato, cercai di spiegare all’ex governatore perché i membri del comitato preferivano chiedere dei sacrifici ai ricchi piuttosto che ai poveri. Harriman annuì, si chinò in avanti sul suo bastone e disse con voce grave: “Capisco. Il capitale deve pagare, così come il lavoro”. Almeno su questo punto, non è cambiato nulla.</p>
<p>( JAMES K. GALBRAITH -  LE MONDE DIPLOMATIQUE – Il manifesto – GIUGNO 2010)</p>
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		<title>Plurilinguismo e multietnicità</title>
		<link>https://www.toguna.it/2009/03/29/plurilinguismo-e-multietnicita/</link>
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		<pubDate>Sun, 29 Mar 2009 11:34:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Vi invito a leggere con attenzione questo bellissimo articolo di Tullio De Mauro per Internazionale, non ha bisogno di commenti. &#8220;L&#8217;Italia e gli zingari Teniamo e vogliamo tenere i rom ai margini, e però rimproveriamo loro di essere marginali Internazionale &#8230; <a href="https://www.toguna.it/2009/03/29/plurilinguismo-e-multietnicita/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Vi invito a leggere con attenzione questo bellissimo articolo di<br />
Tullio De Mauro per Internazionale, non ha bisogno di commenti.</p>
<p>&#8220;L&#8217;Italia e gli zingari</p>
<p style="text-align:justify;">Teniamo e vogliamo tenere i rom ai margini, e però rimproveriamo loro<br />
di essere marginali</p>
<p style="text-align:justify;">Internazionale 746, 29 maggio 2008</p>
<p style="text-align:justify;">&#8220;E a proposito di rom&#8221;: nell&#8217;organizzazione favolistica che i<br />
telegiornali danno al succedersi delle notizie (se così possono<br />
chiamarsi) negli ultimi giorni almeno tre volte è capitato di sentire<br />
questa frase usata per legare tra loro fatti di varia luttuosità e<br />
violenza privi, nei tre casi, di un nesso specifico con gli zingari<br />
(in un paio con rumeni e immigrati).</p>
<p style="text-align:justify;">Anche questo è un modo mascalzonesco per ispessire il sordido zoccolo<br />
di pregiudizi su cui sembra poggiare oggi il nostro paese, e che non<br />
da oggi è il fondaccio da cui germinano imprese criminali di<br />
discriminazione e persecuzioni. Ma oggi lo zoccolo sembra aver<br />
raggiunto uno spessore senza precedenti. Un anno fa, dopo la morte<br />
dei quattro bimbi zingari nell&#8217;accampamento di Livorno, SkyTg24<br />
promosse un sondaggio.</p>
<p style="text-align:justify;">Si chiedeva: &#8220;Infuria la polemica sui campi nomadi. Secondo te i rom<br />
nelle nostre comunità vanno integrati o isolati?&#8221;. &#8220;Isolati&#8221;, rispose<br />
il 79 per cento; &#8220;integrati&#8221;, il restante 21 per cento. Ora, un anno<br />
dopo, O Vurdòn, un sito di cultura romanì curato da Sergio Franzese,<br />
professore di sociologia a Lecce, pubblica un sondaggio della Stampa<br />
tra i suoi lettori (un&#8217;élite, per regione, censo, abitudine alla<br />
lettura): &#8220;Siete d&#8217;accordo con il progetto, adottato dal comune di<br />
Torino, di aiutare i nomadi in regola con il permesso di soggiorno a<br />
trovare casa concedendo, come avviene per altri cittadini, sgravi<br />
dell&#8217;Ici al proprietario che accetta il contratto?&#8221;.</p>
<p style="text-align:justify;">È bello sapere che un comune italiano si comporta in modo civile.<br />
Meno belle sono le risposte (pubblicate il 13 maggio): solo il 15 per<br />
cento si è detto d&#8217;accordo, l&#8217;85 per cento si è detto contrario.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>È un paradosso nazionale, uno di quelli che rendono difficilmente<br />
leggibile il nostro paese. In Europa l&#8217;Italia è di gran lunga il<br />
paese con il più alto indice di diversità linguistica nativa: ha una<br />
presenza ancora viva dei diversi dialetti tra il 60 per cento della<br />
popolazione, ha 14 minoranze linguistiche di antico insediamento (due<br />
milioni di persone) e solo di recente ha adottato un&#8217;unica lingua,<br />
l&#8217;italiano, nell&#8217;uso parlato quotidiano.</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Non è solo un dato sociologico-linguistico. Come vide uno dei nostri<br />
massimi studiosi del novecento, Gianfranco Contini, questa diversità<br />
è &#8220;visceralmente&#8221; unita al costruirsi della tradizione letteraria<br />
italiana. Non solo: prima di ogni convenzione internazionale,<br />
l&#8217;articolo 6 della costituzione del 1948 volle dare spazio e<br />
riconoscimento alla diversità delle minoranze linguistiche.</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong>Questa diversità non è nata oggi o solo da qualche secolo. Se anche<br />
altri paesi d&#8217;Europa e del mondo sono stati attraversati da ondate di<br />
migranti d&#8217;altre lingue e stirpi, l&#8217;Italia, più di ogni altro (un<br />
paragone forse è l&#8217;India), i migranti li ha accolti. Per la sua<br />
geografia tormentata e fratta ha offerto loro nicchie e plaghe più<br />
estese già dalla preistoria, ha lasciato che si fondessero con le<br />
popolazioni già insediate fino in buona parte a dissolversi in esse<br />
lentamente e lasciando tracce soltanto nella varietà delle parlate.<br />
Quest&#8217;è l&#8217;Italia, un melting pot storico millenario, che potrebbe,<br />
che dovrebbe avere la fierezza di questa sua diversità interna,<br />
costitutiva. E invece non ce l&#8217;ha.</strong></p>
<p style="text-align:justify;"><strong></strong> Le mezzecalzette intellettuali non risparmiano silenzi e ostilità per<br />
la diversità linguistica. La povera gente, ma anche parte dei ceti<br />
benestanti, le segue, da Udine a Livorno, da Napoli a Milano. Nel<br />
paese delle reali diversità storiche e linguistiche l&#8217;ostilità soffia<br />
verso tutto ciò che appare diverso: perfino le varietà d&#8217;uso<br />
dell&#8217;italiano, perfino i dialetti nazionali ne vengono colpiti e,<br />
poi, a crescere, le minoranze linguistiche di antico insediamento, le<br />
minoranze di nuova immigrazione e, su tutti e più di tutti, gli<br />
zingari.</p>
<p style="text-align:justify;">Ai molti di loro che, come i loro fratelli, cercano una residenza<br />
stabile e si sedentarizzano, dal Piemonte al Molise, non si perdona<br />
di non essere più nomadi e a chi di loro è ancora vagante non si<br />
perdona il nomadismo. Privi di uno standard scritto unitario, le loro<br />
parlate sono molteplici e mal afferrabili. Orrore, orrore nel paese<br />
degli analfabeti. Li teniamo ai margini e però rimproveriamo loro di<br />
essere marginali.</p>
<p style="text-align:justify;">In romanì, cioè nelle parlate zingare, porajmos &#8220;devastazione&#8221;<br />
designa per eccellenza il tentativo nazista di sterminare nei lager<br />
gli zingari già perseguitati da tempo (perseguitati anche dal nostro<br />
patrio fascismo, come hanno mostrato gli studi di Mirella Karpati,<br />
Giovanna Boursier e altri). È l&#8217;equivalente di shoah. Si calcola che<br />
mezzo milione di zingari d&#8217;ogni paese ne siano stati vittima. La<br />
tentazione del porajmos è tra noi, non sottovalutiamola. Rimbalza in<br />
internet in questi giorni una vecchia poesia attribuita da alcuni a<br />
Bertolt Brecht, ma che in realtà è del pastore Martin Niemöller,<br />
morto pochi anni fa. Anche il testo circola con delle varianti, ma il<br />
senso comunque è chiaro.</p>
<p style="text-align:justify;">Ritraducendo dal tedesco: &#8220;Quando presero gli ebrei, non dissi<br />
niente; non ero in effetti un ebreo./ Quando presero gli zingari, non<br />
dissi niente: non ero in effetti uno zingaro./ Quando presero i<br />
comunisti, non dissi niente, mica ero comunista./ Quando presero gli<br />
omosessuali, non dissi niente: mica ero un omosessuale./ Quando<br />
presero i socialisti, non dissi nulla: non ero un socialista./ Quando<br />
presero me, non c&#8217;era più nessuno che avrebbe potuto dire qualcosa&#8221;.</p>
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